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La vera storia degli Yazidi, il popolo dimenticato dal mondo

La cruda e reale storia del popolo Yazidi: annientato e privato di tutto fuorché del proprio io. Il mondo va avanti lasciandoli indietro, sta a noi tendere la mano. 

Yazidi

Ci sono alcune storie che preferiamo dimenticare e lasciare che la loro eco si disperda nella notte, eppure sta a noi come uomini il dovere di raccontare le tragedie affinché si possa ristabilire un equilibrio di pace nel mondo. 

Abbiamo avuto la fortuna di intervistare due rappresentanti del popolo Yazidi che, che fra terrore negli occhi e orrore nell’anima, ci hanno raccontato tutta la verità sulle persecuzioni del loro popolo la cui storia risale alla notte dei tempi. Sono fortunato ad essere qui in Italia, ora il mio dovere è parlare a voi di ciò che è successo. Faccio parte di una minoranza etnica situata nel nord dell’Iraq, il mio villaggio si trova in un punto politicamente strategico in quanto confina con la Giordania, la Turchia e l’Iran. La nostra religione è antichissima ed esiste ormai da millenni, si basa sull’esistenza del Bene e del Male e della reincarnazione ultraterrena in esseri inferiori secondo il meccanismo della metempsicosi. Tutto ciò che abbiamo da sempre voluto è stata la pace: per i vicini, per gli amici e per il mondo intero. Un equivoco ha avuto risvolti tragici per la storia del mio popolo in quanto gli islamici ci hanno definiti come adoratori del diavolo. Così la loro furia si è abbattuta come una tempesta inarrestabile sui nostri villaggi e sulla nostra gente. Quando sono arrivati hanno preso le case ed i dintorni, bambini e ragazzi sono stati drogati, resi soldati e così convertiti con la forza all’islam; allo stesso modo le ragazze sono diventate mogli e le donne fatte schiave e violentate ripetutamente; gli anziani e gli uomini sono stati torturati e ai giovani rimanenti è stato fatto il lavaggio del cervello. Ormai da 7 anni le nostre città sono ancora rase al suolo, le nostre famiglie vivono nelle tende. Abbiamo cercato aiuto, abbiamo lottato per riottenere i nostri diritti e abbiamo sofferto per riavere le nostre vite… il mondo ci aveva dimenticato”. Queste sono le parole di Ghazi, uomo che non ha mai rinnegato la sua religione e la sua cultura, fiero di essere uno Yazida e che nonostante tutto non è diventato come i suoi carnefici. Ci tiene anche a raccontarci di una storia che ci fa riflettere. “Vi parlo di questa storia perché mi ha sconvolto: c’era una donna che aveva due figli: alcuni uomini dell’Isis hanno ammazzato il ragazzo di quattordici anni e si sono sbarazzati del suo corpo; dopo aver ucciso la figlia minore hanno preso la sua carne e l’hanno fatta mangiare alla mamma. Non ci stancheremo mai di gridare aiuto: fatelo per me, fatelo per noi”.

Anche Mirza oggi è qui con noi e ci racconta. “La mia storia è stata rovinata dall’Isis: hanno ammazzato i miei due fratelli e così ho deciso di fuggire a piedi dalla montagna. Da lì ho speso tutto quello che avevo per trovare rifugio in Europa, America e Australia. In tutto questo portavo con me mio figlio di 4 anni, malato di cuore, sono arrivato qui è mi hanno dato asilo politico. Mio figlio purtroppo non c’è l’ha fatta e come lui molti altri, tutt’ora il nostro popolo è in esilio. Io ringrazio l’Italia e chiedo a tutti di aiutare chi è solo, chi non ha una casa e chi è perso. Continuerò a testimoniare affinché il mio popolo possa essere riconosciuto come tale e affinché non si estingua, ma anzi possa continuare a vivere ed anche espandere la cultura oltre i propri confini’’. Ci hanno anche parlato di Nadia, attivista yazida che ha ricevuto il premio Nobel per la Pace e che come altre settemila donne nel 2014 fu anche lei rapita, stuprata e venduta come schiava sessuale dai miliziani dello Stato islamico che avevano invaso la regione di Sinjar 

Ed è così, che con il passare del tempo, le vittime di questo abominio sono diventate invisibili: invisibili nonostante i numeri perché c’è sempre qualcos’altro a cui pensare: altri drammi, altre notizie ed altri eventi vanno a seppellire questo scenario e così non rimane altro che qualche nome. Nomi che vengono dimenticati sempre troppo presto e si disperdono come cenere in un mondo di ombre, esiliati nel buio, invisibili.   

Molti yazidi sono ancora intrappolati in una realtà straziante ed abbandonati a se stessi con un destino in bilico…lassociazione dei discepoli di Padre Pio ha fatto il primo passo, ora tocca a noi. 

Giada Grillo 3B, redazione