Auschwitz, la nostra seconda casa

Ebrei, cenere sulla neve, la dignità scompare

Ritorna alla memoria, un episodio che ha messo in evidenza quello che è l’apice della violenza umana. Perché dimenticare lo sterminio, comprende lo sterminio. Ricordare è forse l’unico modo per fuoriuscire dall’oscurità.

Per non dimenticare, gli alunni di terza hanno deciso di proporre a noi ragazzi di seconda una serie di elaborazioni relative a quello che accadde a milioni di ebrei, settant’anni fa. E ci sembra così lontano, quel 27 gennaio 1945, ma così vicino a quei milioni e milioni di ebrei che con sguardo trepidante e riconoscente osservavano quelli che furono i loro prossimi salvatori. Ci hanno portato a ripercorrere quel percorso compiuto tanti anni fa, anche se non con vagoni, ma con poesie, canzoni, disegni, presentazioni, realizzate in maniera talmente meticolosa. 

“Dal 1933 al 1945 il regime nazista ha convinto milioni di persone come noi, civili e rispettose, a tollerare e sostenere, poi, una politica di stati che ha decretato le persecuzioni di altri milioni di cittadini europei”. Sono queste le parole che introducono le presentazioni che dai ragazzi sono state prodotte. 

Uno dei primi elaborati narra quella che fu la storia di tutti coloro che sessantacinque anni fa, e più precisamente il 27 gennaio del 1945, videro aperti quegli ampi cancelli di Auschwitz, e quel filo spinato scorrere davanti ai loro occhi, con la sofferenza che non avrebbe mai più avuto una fine. E l’uomo che era a conoscenza di uno dei crimini più aspri della storia. Anime innocenti, che ancora avrebbero potuto assaporare il mondo che li circondava, la bellezza della vita, che avrebbero ancora dovuto affrontare. 

La Germania nazista adoperò spazi, uomini e risorse per distruggere tutto; nulla, neppure un po’ di umanità per poterlo evitare, per non far accadere un simile scempio, che deve essere ricordato per il sacrificio di milioni di persone, come tutti noi, con la sola colpa di essere ebrei. Nemmeno gli animali si accaniscono sui propri simili in un modo così tragico. 

Un enorme cancello nero che decretava la fine della nostra dignità, una scritta, che esordiva “Arbeit macht frei (Il lavoro rende liberi)”. Una distesa di neve bianca, che le anime avrebbero sporcato, candida e lucente, come le anime di quella gente, che non sarebbero state così pure, perché ricoperte di cenere, nera, come gli occhi di quel soldato tedesco, che irruento, fece ingresso all’interno delle case, a furia di calci. Infine, per concludere il cammino in cui ci avevano guidati, i ragazzi di terza decisero di proporci una canzone, che poco tempo dopo ripercorreva nelle nostre menti, con le immagini di quei bambini, che con abiti a righe attendevano i propri genitori, in attesa di essere salvati da quell’orrenda, terribile vicenda. Ma che non arrivarono mai.

Francesca Gesmundo – Martina Mele – Sofia Roselli – Luna Roberta Turturo

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